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IL SOGNO 

 

Indosso un abito con lo strascico mentre cammino a braccetto di mio padre lungo la navata della chiesa. All’altare c’è Marco che mi aspetta. Divento madre di due pesti, sono vestiti alla marinaretta e non dormono mai.

Cado in depressione. Per curarmi c’è uno psicologo con un cespo di capelli rossi che mi obbliga ad annusare i suoi piedi fetidi per tutta l’ora così che, a seduta finita, io mi senta sollevata.

Mi sveglio sudata, ho dormito pochissimo, i bagliori del sogno mi lampeggiano attorno, nelle narici ancora il puzzo dei piedi marci. È l’alba. Stamattina mi sposo.

Alcune ore e mi ritrovo vestita di tutto punto con i capelli raccolti a fiore sulla nuca e mio padre che, lentamente, cammina al mio fianco lungo la passatoia rossa del duomo.

Sto tenendo la testa dritta perché lo strascico di due metri faccia la sua scena, quando inquadro gli occhioni di due bimbi vestiti alla marinaretta che mi fissano.

Il mio cuore perde un colpo: sono le pesti! Guardo l’altare, Marco è lì insieme al sacerdote che ha la stessa chioma rubina aggrovigliata dello psicologo e i piedi nudi infilati nei sandali francescani.

Entrambi mi sorridono, mentre il mio sguardo indossa il terrore. Ormai li ho raggiunti, devo annusare a tutti i costi quelle dita, almeno l’alluce. Gli anelli luccicano sul cuscinetto ricamato, li faccio cadere e mi precipito a raccoglierli proprio lì dove mi attende l’appuntamento con lo stesso inconfondibile olezzo del sogno.

È lui, che sollievo!

Posso pronunciare il mio sì.
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UN UOMO LIBERO


Io, Beppe, non l’ho conosciuto, ma la sua bellezza è arrivata fino a me attraverso le parole di chi ha percorso un pezzo di strada al suo fianco. Mi spiace non aver ammirato la limpidezza del suo sguardo, perché ci sono uomini con la “u” maiuscola che quando trovi ti restano dentro, il loro cuore è spalancato sul mondo ed è quella la forza che anima le loro azioni e dà spazio alla loro libertà.

Non è facile incontrare uomini liberi, sono una rarità; si è tutti condizionati fin dall’infanzia e, crescendo, diventa normale vivere all’interno di schemi ereditati che se, da un lato, possono anche essere salvifici per la crescita, dall’altro diventano recinti pieni di egoismo.

Queste gabbie sono confortevoli, permettono rapporti interpersonali, svaghi, professioni e stare al loro interno fa parte della routine quotidiana fino al giorno in cui, inaspettatamente, si incrociano occhi luminosi e imprevedibili che ci conquistano per la loro accoglienza e per la leggerezza che diffondono.

Questi sguardi sono particolari perché le persone che li indossano sono evase dalla prigione e, pur rispettando tutti, camminano leggere per il mondo fluendo con naturalezza e rivelandosi una benedizione speciale per chi attraversa il loro sentiero.

Il passaggio nella nostra vita delle persone speciali, lascia sempre una scia amorevole che si colora delle tinte più belle, quelle che riescono a dare un senso persino ad un giorno triste ed il motivo è semplice: questi uomini che hanno compreso come il far star bene gli altri, faccia star bene se stessi, sono usciti dalle gabbie dell’io-io-io e sono diventati liberi,… liberi di lasciar vivere, esprimere, lavorare, parlare gli altri, senza interferire, senza giudicare.

Quando un grande uomo valica il grande portone, lascia il corpo, ma non lascia la vita che quel corpo ha animato, e allora è ancora qui e la sua presenza resta palpabile fra i numeri di una banca, così come tra le pieghe di una pagina che si compone e diventa giornale, preso e sfogliato da altri occhi che a loro volta si toccano fra le righe della carta e che, da quelle parole, vengono toccati, fino a diventar sospiri e poi nuvole e infine cielo… un cielo che quando lacrima torna alla terra, perché tutto ciò che va ritorna o, forse, non si è mai mosso da dove era.

Guardare quel cielo ed essere ancora capaci di un sorriso, dipende solo da noi, dal nostro sguardo oltre le nuvole, dal nostro cuore che si espande al di là del tempo, dal nostro liberare la mente oltre lo spazio dell’ultima notte che diventa giorno e poi ancora notte, in un continuo divenire.

Anche fidarsi di tutto ciò dipende da noi, e quel Dipende che sembrava finire con Beppe, è la barca che veleggia al tramonto così come all’alba del nuovo giorno, perché non c’è fine senza nuovo inizio e inverno che non abbia lasciato il posto alla primavera. Da tempo immemore.

 
#febbraio 2021
#Dipende - #GiornaleDelGarda




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IL TRUCCO (leggi o ascolta QUI)

A Marco venne in mente all’improvviso in un giorno pieno di nebbia, il trucco.

Gliel’aveva insegnato Davide, il suo compagno di banco delle elementari, quello con i capelli rossi.

Il trucco serviva per non soffrire e a Davide, che aveva un padre violento, aveva salvato la vita.

Era semplice: il mattino, appena sveglio ma ancora con gli occhi chiusi, Davide immaginava un’armatura di ferro impenetrabile calare dal soffitto e stringersi attorno al suo corpo, sentiva i “clack clack” delle fibbie che si allacciavano dopo le quali arrivavano i calzari, anch’essi di pesante lamiera e, infine, l’ultimo pezzo, il casco integrale che gli proteggeva la testa e permetteva di vedere attraverso una griglia.

Lì dentro, lui era al sicuro.
Le urla di suo padre, gli insulti e le cinghiate, colpivano la corazza ma a lui arrivavano attutiti.

La sera, steso sul letto prima di addormentarsi, Davide immaginava i “clack clack” dei ganci che si staccavano e vedeva la corazza sollevarsi fino al soffitto insieme ai calzari e al casco; prima di abbandonarsi al sonno spalancava sempre gli occhi per controllare che non si fosse mossa.

Aveva provato all’inizio ad addormentarsi senza togliersela, ma poi non l’aveva più fatto perché, con l’armatura addosso, non riusciva a sognare.

Davide e Marco non si erano più visti ma quel giovedì di novembre, quando a Marco cadde addosso il mondo, prima di restare schiacciato sotto il peso della sconfitta, Marco si ricordò del trucco dell’amico e, velocissimo, immaginò un’armatura nuova di zecca stringerglisi attorno.

Grazie alla corazza riuscì ad affrontare banche e fornitori, umiliazioni e tradimenti perché lì dentro lui era al sicuro. Non se la sfilava mai. Nemmeno di notte.

I giorni passarono, Marco tenne botta in mezzo alla tempesta e a sera, quando rincasava, i suoi bambini accorrevano a salutarlo saltandogli al collo mentre la moglie premurosa gli preparava la cena, non mancando di accendere una candela sul tavolo.

L’anno successivo Marco era ancora nella stessa difficile situazione, l’armatura portava i segni dei colpi ma, pur con le ferite, era ancora solida; i figli e la moglie, invece, gli sembravano diversi.

Passarono altri cinque anni, Marco trovò un lavoro ben retribuito che lo appassionava e, sempre trincerato dentro l’armatura, iniziò a risalire la china; i figli e la moglie, pur fisicamente presenti, erano ormai lontani.

La grande sorpresa di Marco fu incontrare, ad una riunione di lavoro, il responsabile della produzione con i capelli un po’ grigi e un po’ rossi: Davide. Dopo un commosso abbraccio, i due amici si ritrovarono a cena a parlare di futuro, di passato e di corazze.

Davide era uscito dall’armatura ed era rinato scoprendo colori, sentimenti ed emozioni nuove; era successo in un momento che ricordava benissimo, quando il suo cuore congelato e timoroso di amare, aveva rischiato di perdere una donna speciale: era allora che, grazie al coraggio indomabile dell’amore, la corazza si era frantumata e lui era tornato libero.

Marco, invece, mentre la vita passava, i genitori morivano, i figli crescevano e la moglie coltivava nuovi interessi, aveva preferito restare ancora rinchiuso dentro la sua gabbia perché lì dentro, lui, era al sicuro.

E i sogni?
Quelli mancavano e se arrivavano erano incubi, ma dopo tutto si trattava solo della notte mentre la vita, quella vera, succedeva di giorno… si raccontava Marco.

#biancabrotto

LEO

Leo, capelli sporchi e sguardo assente, aveva bisogno di droga; appostato nel piazzale di un supermercato, stava cercando una buona occasione per catturare soldi, quando una signora aveva parcheggiato una mercedes station wagon nera e si era allontanata lasciando le chiavi nella vettura.

Fulmineo, Leo si era infilato alla guida e, acceleratore a manetta, era sfrecciato al campo nomadi di Udine dove lo zingaro capo convertiva i suoi furti in contanti.

Trecentocinquanta chilometri di autostrada ed era già lì. Pochi minuti e la mercedes si era trasformata in una mazzetta di denaro.
Leo si stava rapidamente allontanando, quando si sentì chiamare: «Leo?».

Il ragazzo fece finta di non sentire e procedette a passo spedito. Non ci voleva un ripensamento proprio quando lui aveva già i soldi in tasca e il bisogno sempre più corrosivo di farsi.
«Leo?», gridò ancora lo zingaro.
Il giovane si voltò: «Che c’è?», urlò muovendosi nervoso sulle gambe.

L’uomo gli fece cenno di avvicinarsi. Leo, a testa bassa, lo raggiunse.
Lo zingaro lo attendeva appoggiato al cofano della mercedes: «E… - disse accendendosi una sigaretta -  che si fa con la vecchia?»
«Vecchia, quale vecchia?» chiese Leo.

«Quale vecchia?» esclamò l’uomo spostandosi sul lato della vettura e indicando l’abitacolo.
Dietro il sedile del guidatore sedeva un velo di donna, una presenza pallida e minuta con gli occhi sbarrati e la bocca chiusa. Aveva i capelli bianchi ingarbugliati, le mani appoggiate sulle ginocchia e la gonna a pieghe blu.
Leo strabuzzò gli occhi: «Ma? Da dove salta fuori questa?»

«Guarda che è roba tua».
«Roba mia? Che scherzi? Chi ce l’ha messa?»
«L’hai portata tu. È sempre stata lì dietro!»
«No! Giuro che… no! E adesso?»
Lo zingaro osservò lo sguardo perso del ragazzo e disse: «Va’, va’, ci penso io!»

Leo non se lo fece ripetere due volte, si girò e si dileguò fra le caravan a passo svelto, tirandosi su i jeans che il posteriore ossuto avrebbe dovuto sostenere.
Fu così che sul primo treno in partenza da Udine per Venezia, c’era una vecchia seduta vicina al finestrino. La donnina non aveva mai proferito parola. Aveva gli occhi impalati e la bocca serrata. Da sotto le mani ancora appoggiate sulle ginocchia, spuntava un pezzo di carta con scritto “Vado a Firenze”.

Leo di Bianca Brotto (storia vera raccontatami da "Leo")

GIU' LE MANI

”Giù le mani da mio figlio!”, gridò la donna in zoppicante avvicinamento.

“Scusi signora, non volevo…”, ritrassi subito la mano dal piedino che avevo incautamente accarezzato.
 
“Non volevo un corno! Ma le sembra” - urlò sovrastando il sommesso brulichio della grande sala - che maleducata!”.
Indietreggiai di un passo: “ Guardi che proprio non intend…”.
 
“Non bevevo un corno! Ma pensa lei cosa c’entra…” si rabbuiò raggiungendomi e prendendo frettolosamente in braccio il piccolo. Lo osservò attentamente per accertarsi che fosse tutto a posto, poi mi guardò con aria di sfida: “E allora? L’ha capita?”.
“Sì, certo, le ripeto le mie scuse, io…”.
 
“Ma va’! Se è normale prendere i figli degli altri, scostumata! Ne ho conosciuta io di gente come lei, non è né la prima né l’ultima, e poi - si accomodò il bimbo sulla spalla - non sopporto quelle che fanno da padrone in casa mia”.
 
Poi azzannò con lo sguardo il mio braccio e mi fulminò: “Quella coperta! È mia!”.
Sentii lo straccetto di lanetta a scacchi azzurri e verdi che tenevo in mano farsi pesante, glielo porsi: “È sua? Non sapevo, era qui sul tavolo”.
 
“È sua?”- mi fece il verso - e di chi dovrebbe essere? Di chi è il tavolo, eh? Ci sono più furbi che matti qui”, concluse strappandomi la copertina dal braccio e allontanandosi con il fagottino silente.
 
Raggiunse una carrozzella e vi adagiò il pupo delicatamente, lo coprì e prese a ninnarlo. Io continuavo ad osservarla da lontano; la donna, che un tempo mi aveva accudita, sorrideva con lo sguardo fisso al fantoccio che ora riconosceva come suo unico figlio.
 
Si voltò verso di me e mi invitò energicamente con la mano ad allontanarmi.
 
Andai verso l’uscita mentre l’infermiera stava entrando nella grande nursery con la camomilla; mi girai a contemplare la scena: le anziane vigilavano sui loro bambolotti, nella sala aleggiavano parole smarrite, nenie infantili e sogni perduti che cozzavano contro le parole stressate, i ritornelli rabbiosi e i sogni decapitati che mi avrebbero assalita nel varcare la porta di casa.
 
Incrociai davanti all’infermeria il solito vecchio arrabbiato: “Ancora qui? Che ci vieni a fare? Tua madre neanche sa chi sei!”.
 
Lo fissai e tacqui mentre un pensiero si componeva nitido come un sorriso: È vero, ma domani tornerò qui, perché io so bene chi lei sia.
 

ANGELI IN BICICLETTA

Ci sono due cose che Eva non fa: elargire elemosina e permettere alle persone, in particolare a quelle sconosciute, di avvicinarsi fisicamente troppo a lei.


Per questo si è molto stupita di se stessa quando, alla richiesta di denaro dell’uomo incontrato nel piazzale del supermercato in un torrido pomeriggio di luglio, invece che denegare ha borbottato: “Quando esco te li do”.


Mentre faceva la spesa continuava a pensarci, un po’ turbata. Non si trattava infatti del solito zingaro che spesso incontra, ma di un tedesco con una nuova bicicletta verde flou attaccata alla quale c’era un carrettino di quelli per portare i bambini che, nel caso dell’uomo, conteneva i suoi averi. Al collo aveva un coperchio bianco di plastica con la scritta “money for food”.


Nell’uscire dal supermercato Eva si è avvicinata al mendicante per consegnargli due euro.
L’uomo sulla cinquantina indossava una maglietta a maniche corte grigia scura che aderiva al ventre rigonfio, pantaloncini gialli corti, calze contenitive fino a metà polpaccio e scarpe da ginnastica un po’ sfondate; il suo sguardo era malinconico ma al contempo velato da un filo di felicità e speranza.


Nel dargli il denaro gli occhi di Eva hanno incrociato lo sguardo azzurro verde del tedesco che, tirando le guance rosse in un sorriso, ha spalancato le braccia e l’ha stretta a sé. Non solo: le ha anche schioccato un bacio sulla guancia prima di sciogliere la presa.


Eva era sconvolta: perché si era lasciata abbracciare e baciare da un barbone? E perché l’uomo non puzzava nonostante fosse in bicicletta sotto la canicola estiva?


Prima che una valanga di pensieri la investisse, il mendicante le aveva già sorriso e, toccandosi la barba incolta, le aveva detto prima in tedesco e poi, vedendo che lei non capiva, a tentoni in italiano : “Io questi soldi te li ridò”.


Poi Eva si è allontanata con gli occhi gonfi di lacrime e la pelle d’oca su tutto il corpo; perché quell’emozione così forte, improvvisa, intimamente sconvolgente?
Per tutto il pomeriggio la scena le tornava in mente e più succedeva, più non si capacitava della commozione che dal profondo continuava a sgorgare. Eppure si sentiva profondamente tranquilla come se l’uomo avesse voluto dirle: “Andrà tutto bene”


Il giorno dopo Eva è ancora nello stesso piazzale del supermercato, questa volta per prendere un caffè al bar. Apre la porta e i suoi occhi faticano a credere a quello che stanno vedendo: proprio davanti a lei sul pavimento del locale c’è una moneta da due euro. Poco dopo la donna va al lavoro e sul tavolo trova una mancia di venti euro lasciata per lei da clienti sconosciuti.


Eva è senza parole, due gocce di emozione le rigano il volto mentre ringrazia dentro sé l'angelo in bicicletta.

GLI INCONTRI: la donna

Ha un paio di mutande tristi la donna che fa autostop sulla provinciale; lo noto quando la faccio salire in auto perché i jeans che ha addosso sono così sformati da lasciarle scoperto metà sedere.

Il suo viso è largo come se i grandi occhi azzurri, distanti fra loro, lo avessero tirato, le labbra, rosse e gonfiate identiche nel colore ai capelli, si muovono di continuo. Lo sguardo, un tormento.

Sale e subito mi chiede «Hai una sigaretta?» e, prima ancora che io apra bocca, aggiunge «Che poi non fumo, sai?»

Le rispondo che non ne ho.

«Devo andare al Crociale di Manerba» dice.

«Mi spiace, ma non arrivo fin lì, però ti porto un pezzetto in quella direzione».


«Tu dove vai?» mi chiede.

«Mi fermo da Podavini a comprare la carne».

«Carne? Che carne prendi?» incalza velocissima.

«È per il cane».

«Che cane hai?»

«Un pastore tedesco».

«Anch’io ne avevo due, bellissimi, erano campioni e vincevano tutte le gare, sai?» si affretta a dire.

Ci stiamo avvicinando al punto in cui la lascerò, le chiedo da dove venga.

«Dalla Repubblica Ceca, ma sono in Italia da quando ero bambina».
Dal forte accento che ha, non si direbbe.

Rallento nell’avvicinarmi alla Polleria di fronte alla quale c’è un bar. La donna indica il locale ed esclama: «Lasciami qui che devo andare a pagare una birra».

«Sì, mi stavo giusto fermando, sono arrivata anch’io».
«Sai come è la gente eh? Non vorrei trovarmeli sotto casa per una birra» e, così dicendo, scende dalla macchina e, senza salutarmi, attraversa in fretta la strada stringendosi al petto la borsa di ecopelle.

La guardo allontanarsi; la striscia bianca del sedere grassoccio è ancora scoperta, le mutande color carne sono una sottile parentesi, ha una giacchetta lisa e una maglia buttata su. Corre.

Due minuti. Le nostre strade si sono incrociate per soli due minuti nei quali la donna ha avuto bisogno di fumo, di alcol e di dire cose. Lo sguardo, un tormento.

Mi chiedo: Quando si è innescata nella sua vita la spirale che se l’è portata via, trascinandola fino a quel punto?
La osservo sparire dietro le tendine di plastica del bar e, nel profondo del cuore, la tengo con me, per coccolarla un po’.

GLI INCONTRI: ISKRA

Sono in coda alla cassa di Bricoman con in mano cinque chili di stucco per piastrelle, davanti a me c’è solo una persona, ma stanno codificando lei e tutti gli articoli che ha preso e la faccenda va per le lunghe.

Sono lì che ne approfitto per rispondere a qualche messaggio sul cellulare quando una vocina piccola ma decisa, fa :«Posso darti un bacio?»

La voce è all’altezza del mio orecchio destro, mi giro e sopra un grande scatolone caricato su un carrello, sta seduto un mucchietto simpatico di vita: Iskra.

La piccola di un anno e mezzo ha i capelli rossi raccolti in una codina morbida e arricciata, la fronte scoperta e gli occhi come il bosco a primavera.

«Certo» rispondo accostando la mia guancia alla sua boccuccia. Lei mi schiocca un bellissimo bacio, io la ringrazio.

I suoi genitori osservano stupiti la scena, la madre, con accento dell’est, dice: «Che strano, non l’aveva mai fatto prima. Iskra, perché hai dato un bacio alla signora che non conosci?» chiede alla figlioletta.

Iskra non risponde e mi guarda; come possono le parole spiegare il linguaggio del cuore?

«Oh, ma noi ci conosciamo - affermo in risposta al punto interrogativo che ancora aleggia sul viso della donna - o meglio, i nostri cuori si sono riconosciuti».

Nel frattempo è arrivato il mio turno per pagare lo stucco che avrebbe dovuto procurarsi il piastrellista (se così fosse stato, io non sarei stata lì), tiro fuori il portafogli, lo apro e qualcosa mi cade a terra; è una piccola conchiglia che ho raccolto sulla spiaggia in Tanzania.

Le conchiglie sono tre, io e le mie amiche ne abbiamo una a testa. Quel pezzetto di mare è il simbolo di anime unite e lo porto sempre con me.

La mamma della bimba raccoglie il frammento africano e me la dà, io lo porgo a Iskra dicendo: «Tieni, è il mio regalo per te».

La bimba prende la conchiglia, il suo sorriso è il suo saluto.

Scintilla, una scintilla d’amore mi aspettava in quel capannone dove non sarei mai capitata se la fantasia della vita non avesse preso il sopravvento sulla mia ragione. E Iskra è un nome slavo che significa “scintilla”.

Mi sono allontanata in silenzio, il mio sguardo acceso nel suo mentre un dolcissimo incendio divampava nel mio cuore.