Lettere

Vedete anche voi quello che vedo io?

Vedete anche voi quello che vedo io?

Lettera di fine anno
28 dicembre 2016

 

Era da molto tempo che non guardavo programmi televisivi, ma ieri sera è successo. Quel che ho visto è stato uno specchio della realtà che qualcuno vuole per noi e mi sono chiesta: possibile che tutti assistano impotenti al tentativo continuo di spegnere le menti e far ammalare i corpi?

Il film in onda trattava il tema della vendetta, la vendetta di chi aveva subito un sopruso ed era quindi giustificato nell'utilizzare le stesse armi di morte degli aguzzini. Sulla scena c’erano violenza, crudeltà, morte.

Poi la pubblicità.
Ogni intervallo conteneva almeno uno spot che istigava al gioco mostrando persone sorridenti che fissavano il telefonino e abbassando la voce sulla frase finale che dichiarava la dipendenza che il gioco può creare.

In alternanza ai vari bingo, ecco un uomo e una donna ammalati che stavano velocemente meglio grazie ad un farmaco e che, una volta rimessi in sesto, anche se in buona salute venivano invitati ad assumere un integratore alimentare per migliorare ulteriormente lo stato di benessere.

Quanti siamo a vedere che gira tutto al contrario?

Il corpo dice ciò che la bocca tace e quando l’organismo si ribella ai ritmi sempre più frenetici ai quali lo sottoponiamo e con la febbre o il mal di testa ci trasmette il messaggio “riposati!”, noi cosa troviamo più logico fare? Riposarci o prendere un farmaco che sopprima quella vocina e che ci faccia tornare subito in pista per contribuire all’innalzamento del PIL?

Se ascoltiamo i messaggi di amore del corpo prendendoci cura in modo amorevole e rispettoso della nostra salute, non ingrassiamo nessuno ma se, al contrario, ci insegnano a sopprimere, a pagamento, la voce delle nostre cellule, allora sì che diventiamo un business interessante.

Cosa farà il nostro corpo che ci stava gridando “sono stanco, fermati”? Urlerà ancora più forte magari manifestando stavolta il suo dissenso nei confronti della nostra condotta di vita con una malattia cronica ma, ancora una volta, il sistema sanitario avrà la ricetta giusta per venderci nuovamente il rimedio per sopprimere il sintomo e così via fino alla degenerazione delle cellule che richiederà cure sempre più remunerative, per qualcuno.

Noi siamo un business solo se siamo malati. In oriente funziona diversamente; ogni tre, quattro mesi le persone vanno dal medico affinché questo controlli lo stato generale di salute e, in caso dovesse rilevare uno squilibrio, prescriva rimedi (per lo più erbe e consigli alimentari) per ripristinare l’armonia generale.

Il paziente paga un’esigua parcella e se ne va con le ricette atte a prevenire l’insorgere di una patologia. Se però qualcuno si ammala, è il medico che deve recarsi dall’ammalato per le cure del caso e, in questo caso, il dottore non viene pagato.

In oriente, quindi, i più bravi e ricchi sono i medici che hanno numerosi pazienti sani, il contrario di quel che succede da noi dove il medico capace è quello che ha al suo attivo centinaia di malati.

Quindi avanti con i programmi televisivi che ci indeboliscono creando stati di tensione e che mostrano la violenza giustificata in quanto risposta ad un sopruso?

Avanti a non mostrarci che anche combattere il male contribuisce a creare ulteriore male?

Avanti a non aprirci gli occhi sulle azioni non violente che possono sanare alla radice gli individui e di conseguenza la società?

Avanti con l’insegnamento indefesso a non ascoltare i messaggi del nostro corpo per non essere mai uomini e donne felici, ma individui stressati e malati bisognosi continuamente di cure?

C’è una buona notizia ed è per tutti: siamo noi che accendiamo il televisore per guardare certi programmi e che quindi possiamo non accenderlo o cambiare canale, siamo noi che possiamo optare per una trasmissione o un libro che ci stimoli sensazioni di bellezza, allegria, rilassamento, siamo noi che possiamo decidere di non sopprimere ma di ascoltare i messaggi del nostro corpo, siamo noi che possiamo diventare consapevoli che la vita che abbiamo in dono ha un valore inestimabile e che onorarla e gustarla è il nostro primo compito.

Poco importa se fin da bambini ci hanno addestrati a non ascoltarci ma ad eseguire gli ordini altrui perché in noi brilla una luce che non ha mai smesso di splendere; è sufficiente soffiare sulle nuvole e la meravigliosa essenza che riluce in ogni essere umano tornerà a illuminare la nostra e altrui vita.

Imparare a riconoscere le nubi, diventarne consapevoli e lasciar emergere la voce del cuore che ci parla nel silenzio, farà affiorare la gioia di ogni respiro.

È questo il significato dei miei auguri di buon anno, affinché ogni respiro sia un dono gustato.


 

Mi dica, Signor Ministro, lei ce l’ha, questo coraggio?


Lettere al Ministro dell'Istruzione
20 novembre 2016
 

LETTERA INVIATA AL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE il 20.11.2016
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Signor Ministro dell’Istruzione,
mi dice cosa ricorderà un ragazzo a proposito della tragedia manzoniana che consiste nel rifiuto delle tre unità aristoteliche accettando solo quella dell’azione ma intendendola come un complesso organico di azioni?

Glielo dico io: non ricorderà nulla.

Ma se un professore, quando presenta Manzoni, entrasse in classe con i “Promessi Sposi” in mano e leggesse con le lacrime agli occhi lo strazio composto di una madre malata di peste che esce “d’uno di quegli usci” con la sua bimba in braccio “di forse nov'anni… col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno…”, ecco, io le assicuro che i ragazzi non si dimenticherebbero più di Alessandro Manzoni.

Chi insegna deve essere infiammato di passione per la propria materia perché è solo quella passione che lascerà un segno profondo negli studenti. Se i professori non ne sono dotati, devono cambiare mestiere, perché quando si ritrovano in classe con cinquanta occhi addosso, se non sanno divertirli, commuoverli, sorprenderli, affascinarli, quegli sguardi, cosa sono lì a fare?

I ragazzi sono affamati e curiosi a sei anni e, verifica dopo verifica, vengono addestrati e rimpinzati fino alla nausea. Ridotti ad una raffica di voti, interrogati con la minaccia dell’insufficienza, vivono la scuola con eccessiva ansia e sono destinati a dimenticare la maggior parte delle nozioni che vengono loro inoculate.

Lei non deve permetter, Signor Ministro, che basti la conoscenza nozionistica di una materia infiocchettata dal diploma di laurea per poter diventare docenti. Le chiedo di istituire un iter per i futuri educatori allo scopo di insegnare loro come si comunica, come si trasferisce un interesse, come si possono scoprire e sviluppare i talenti insiti in ogni individuo. I professori devono in primis amare la vita per poter trasferire una passione, portare in classe sacchi di foglie gialle e rosse per parlare dell’autunno, inventarsi lezioni ogni volta uniche, capisce cosa intendo?

Un insegnante non può essere una persona qualsiasi perché sta formando la generazione che potrà conservare o distruggere questo pianeta. Educare significa “tirar fuori”, trarre cioè dalla persona quanto la stessa ha in sé da sviluppare e oggi, salvo una manciata di docenti fuori classe e realtà sul modello, ad esempio, della Steineriana, non succede.

Affido a lei, Signor Ministro, il delicato compito di riformare la scuola perché possa forgiare uomini e donne appassionati e creativi, fuggendo l’attuale appiattimento che li vuole tutti uguali.
Non abbia paura ad osare!

Mi rendo conto che le persone libere e felici non sono più controllabili, ma, viva Iddio, genereranno un’Italia che armata di bellezza, creatività ed entusiasmo travolgerà il mondo!

Tutto questo non è un’utopia, ma ci vuole coraggio (cor habeo). Il coraggio di rinunciare agli schiavi in favore degli uomini liberi.
Mi dica, Signor Ministro, lei ce l’ha, questo coraggio?

Bianca Brotto
Brescia


La differenza? Un’opera d’arte che si può vivere


Lettere al direttore del Giornale di Brescia
27 giu 2016

floatingpiers


Un'opera d'arte che si può vivere, è questo che fa la differenza.
Floating Piers è arte che calpesti, che annusi, che… barcolli.
È un nuovo modo di percepire l'acqua e di trasfigurare un’isola.

Un paesaggio diverso che diventerà miraggio quando, fra pochi giorni, non esisterà più e chi non l'avrà visto potrà dubitare del fatto che sia mai esistito. Perché la vita a volte è così. Ti dà qualcosa di reale che vedi, tocchi, respiri poi, in un battito d’ala, non c'è più. Come la morte. E ti guardi indietro e ti chiedi come saresti stato se l'avessi saputo prima.
Adesso lo sai: puoi camminare sulle acque per alcuni giorni e solo quelli saranno.

Cambia qualcosa?
Annuso l'aria che sa di lago, osservo le anatre e penso che per loro ogni istante sia già così, una realtà che esiste nella perfezione del momento. Semplicemente.

Grazie Christo per avermi fatto sperimentare il mutare della natura addomesticata dall'uomo e per aver dato all'uomo la possibilità di godere consapevolmente del presente perché… non serve arrivare alla fine per ricordarsi che ogni minuto la contiene già.

Le porte della vita e quella fragola colta nell’erba


Lettere al direttore del Giornale di Brescia
4 apr 2016

È difficile tornare a casa, amore mio, e tu sei arrabbiata con la vita perché hai vissuto nove meravigliosi mesi dall’altra parte del mondo e tutto questo, adesso, è finito. Fra sette ore salirai sull’aereo che ti riporterà a casa. Piangi. Mi fai vedere il video struggente di addio che i tuoi amici hanno realizzato per te, e tu lo sai che di addio si tratta, che la porta Australia sta per chiudersi e che con lei si chiude qualcosa che non tornerà.

Sono le porte della vita, tesoro mio. Il mio amore di mamma vorrebbe caricarsi sulle spalle quel masso di dolore che ti inchioda il cuore, ma non è possibile, tesoro bello, perché quel peso che stai portando ti sta plasmando. Sei creta nelle mani della vita, gli eventi ti modellano e grazie a loro prendi forma. Funziona così. Per tutti.
Per ogni porta che si serra, un’altra si è già aperta, ma tu non la vedi, quella aperta, perché stai ancora guardando l’altra che si sta chiudendo.

Meno sette ore e poi meno sei e in un attimo meno un minuto e salirai le scalette dell’aereo e sarà pomeriggio e qui mattina, e poi sarà mattina qui e tu scenderai da un’altra scaletta, stravolta nel corpo e nel cuore. E noi saremo lì, ad avvolgerti d’amore. Lo so che le mie parole non possono alleviare il tuo dolore, che stai male perché sei stata profondamente bene. Dovresti essere felice per il sogno vissuto e so che lo sei, ma hai diciassette anni ed è maledettamente duro realizzare che è ora di entrare in un’altra realtà.

È uno strappo forte, questo, ti alzavi alle quattro per andare a vedere l’alba sull’oceano e adesso questa natura l’hai dentro, come hai dentro il morso della tarantola di quella mattina… perché la vita è fatta così: a volte un morso, a volte il sole. Ma ascolta: tu ringrazia sempre e comunque. Ringrazia il ragno che ti ha terrorizzata e il vento che ti ha fatta correre sulla spiaggia, perché solo in questo modo ogni esperienza lascerà in te il frutto che tu potrai cogliere, mangiare e assorbire come nutrimento.

Accetta ogni porta che si chiude, guardala bene e siile grata perché non c’è crescita senza trasformazione. Non temere i cambiamenti, amore, sono un’incognita, ma sono il prezioso destabilizzante strumento che la vita utilizza per smuoverci dalla poltrona e spronarci a camminare. Ed è solo girovagando che possiamo esplorare il mondo, sederci sull’erba e mordere una fragola.



Le persone giuste ti migliorano

“Le persone giuste non ti cambiano, ti migliorano”… sai perché?

Perché tu vai bene così,
tu hai tutte le ragioni per essere come sei,
la meraviglia e la canaglia che sei
e nessuno in nome del “tuo bene” può arrogarsi il diritto di provare a cambiarti.

Il “tuo bene” non è mai, in genere, il “tuo bene”, ma l’interesse di chi ti vuole rendere simile a sé per possederti e non amarti.

Nella parabola del “figliol prodigo” c’è un padre che nell’accogliere il figlio che ha sbagliato, gli dona subito la libertà di tornare a essere se stesso, perché…

chi ci ama non se ne approfitta del nostro trovarci in una posizione di difetto,
della nostra fame fisica,
o della nostra fame d’amore.

Il più grande amore presuppone la più grande libertà.
E chi è libero, è anche libero di essere una persona migliore.



Etichette mortali

Le incolliamo ogni giorno sulla fronte di tutti: il dottore, la perfezionista, lo stupido, il musulmano, il ricco, il secchione… e sembra che tutti vogliano essere qualcuno, tranne che loro stessi. Eppure le etichette sono mortali e benché lo sappiamo, continuiamo a identificarci in un ruolo che ci hanno cucito stretto infilando così un’armatura che indossa la vita al posto nostro.

Il fatto: il 21 dicembre scorso, in Africa, un autobus si stava dirigendo verso Mandera, una città nel nord-est del Kenya. Un gruppo di terroristi appartenenti ad Al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di Al-Qaeda, ha fermato l’autobus; gli uomini armati, vestiti in tuta mimetica e con il volto coperto, hanno fatto scendere i passeggeri e hanno intimato loro di dividersi in due gruppi, cristiani e musulmani, per ucciderne solo uno. Questa modalità mortale di separare i musulmani dai non musulmani è diventata la firma di Al-Shabaab, ma questa volta non ha funzionato; già prima di scendere dal bus alcuni musulmani avevano ceduto i loro veli ai cristiani e, una volta scesi, Salah Farah, insegnante keniota di religione islamica, 4 figli e una moglie incinta, ha urlato di uccidere tutti o di lasciar tutti liberi. In risposta i terroristi gli hanno sparato.


Mentre lo scontro era in atto si è avvicinato un camion; i terroristi, temendo potesse essere la polizia, si sono nascosti in un cespuglio e i passeggeri ne hanno approfittato per salire sul bus e scappare.
Circa un mese dopo, il 18 gennaio, anche Salah Farah è morto in ospedale in seguito alle ferite riportate. “Siamo fratelli - ha detto Salah Farah al Voice of America un paio di settimane prima di morire - è la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possano prendersi cura di noi”.

Cosa è successo su quel bus? Prima di scendere i musulmani hanno dato i veli, cioè gli accessori delle loro etichette, ai cristiani perché questi potessero mimetizzarsi. E poi, una volta scesi, Salah Farah ha gridato che le etichette non esistono, ma esistono persone tutte uguali nella loro regale umanità e tutte soggette al medesimo destino, la vita, da vivere indossando solo se stessi.

Quando l’armatura nella quale ci hanno rinchiusi si sfalda, titoli e segnaposti sono croste che si staccano e quel che resta fa paura perché è pura essenza d’amore. Salah Farah ci ha testimoniato proprio questo: la potenza dell’amore che affiora quando smettiamo di interpretare un copione per recitare solo noi stessi.

3 marzo 2016


 

Una goccia pulita da parte di tutti contro la malvagità


Lettere al direttore del Giornale di Brescia
11 gen. 2016
 

Mia figlia ha dimenticato l’iPhone in un bagno pubblico del centro di un’affollata città australiana. Se ne è accorta mezz’ora dopo. Troppo tardi. Il cellulare era sparito. Siamo andati all’ufficio informazioni del quartiere per tentare l’impossibile e... Il telefono era già stato portato lì.

Ci siamo allora chiesti se un episodio analogo sarebbe potuto succedere anche in Italia. Risposta dei ragazzi all’unisono: no. Risposta mia: sì. Sì se, come disse Madre Teresa, ognuno di noi è una «piccola goccia di acqua pulita».

È davvero tanto difficile? È difficile restituire un resto ricevuto in eccesso? O un portafoglio trovato pieno di banconote? O offrire un caffè ad uno sconosciuto?
No. Non solo non è affatto difficile, ma sono in molti ad agire in tal modo. E più lo si sperimenta più lo si fa dilagare.
Certo, esistono anche le sanguisughe, i parassiti, i malvagi, ma la loro sopravvivenza potrebbe diventare sempre più dura se il mare di acqua pulita si espandesse fino a confinarli in una poccia putrida.

«A cosa serve essere onesti quando i più rubano?». Potrei sussurrare che ognuno i conti li fa con la propria coscienza quando la sera si mette a letto, ma se questa sembra retorica, allora dico che basta agire semplicemente da egoisti. Sì, egoisti, perché tutto torna indietro. Proprio tutto.
È sufficiente diventare attenti osservatori della propria vita per accorgersene.

Il nuovo anno è appena iniziato. Spetta a ognuno di noi decidere se essere acqua pulita o acqua sporca.
Alla fine della nostra vita potremo racchiudere in una mano le decisioni che l’avranno marchiata. A noi la scelta. Le possibilità di far nevicare bellezza sono sconfinate per i cuori liberi di amare.

Il Natale? Non è una data ma un incontro


Lettere al direttore del Giornale di Brescia

20 dic 2015

Fa paura, talvolta, il Natale, soprattutto quando costringe molti a indossare maschere sorridenti e a vagare per ristoranti e salotti domestici con il telefono incessantemente in mano, nell’attesa che arrivi presto l’ora per andarsene. Momenti gioiosi per definizione che, proprio per questo, cozzano contro la realtà che, a volte, gioiosa non è.

Perché fingere? Perché mascherarsi? Forse perché è più facile.
Ma il giorno di Natale può essere anche vissuto in nome dei sentimenti che nobilitano l’uomo rendendolo degno di essere chiamato tale; è l’ascolto del cuore che fa la differenza e il cuore può corrispondere alla nostra famiglia di origine, ma può anche spaziare, decollare e atterrare dall’altra parte del mondo, per riempirsi di bellezza.

Nessuno di noi è mai solo e vorrei che questo messaggio arrivasse a tutti coloro che, in questi giorni allegri per assioma, si sentono profondamente soli. Dentro. Nessuno di noi lo è. Mai.

E succede allora che Adrian e Kate, una coppia conosciuta da nostra figlia che sta studiando in Australia, sapendo del nostro arrivo, ci inviti a stare da loro, inviti cioè sei persone, cinque delle quali totalmente sconosciute, a vivere nella loro casa. Non solo… Adrian non vuole sentire ragioni e ci verrà a prendere in aeroporto per condurre la nostra vettura in quanto ritiene che, dopo 24 ore di volo, non sia prudente per noi guidare di notte sulla sinistra. Alla mia domanda: «Cosa gradite che vi portiamo dall’Italia?», segue la risposta: «Vi prego di non portare nulla. Natale è sia un tempo per dare, sia un tempo per ricevere ed è per noi fonte di grande piacere darvi il benvenuto in casa nostra (welcome you into our home)».

Questo è il mio Natale, non una data, ma un’emozione: l’amore che non ha confini e che unisce tutti i cuori che vibrano sulla stessa lunghezza d’onda. Natale non è etichetta, maschera, convenienza, Natale è armonia, autenticità, affetto puro, e se tutto questo prende forma in altre case, in altri Paesi, in altri salotti o semplicemente seduti sotto una grande quercia o sulla riva di un lago, è davvero tanto sconveniente?

La tradizione italiana mette la famiglia al centro e così sia, se per famiglia intendiamo il calore, la lealtà, la vicinanza, la complicità, l’unione, la fiducia, la presenza certa che non ci fa mai sentire soli, qualsiasi cosa succeda. Tutto questo esiste, non è detto che coincida con i legami di sangue, ma poco importa.

«L’essenziale è invisibile agli occhi» dice il Piccolo Principe, e l’essenziale altro non è che quella sensazione di pienezza e dolce calore che sperimentiamo quando ci contorniamo di persone che hanno messo il cuore al centro della loro esistenza, persone che si sono spogliate delle maschere per essere a volte fragili, a volte tristi, a volte sorridenti… ma sempre e comunque vere.


VivaVittoria mass media e brutture del mondo


Lettere al direttore del Giornale di Brescia

24 nov 2015

Una catena umana fatta di donne, di uomini, di carriole, di pezze colorate; mani svelte, braccia operose, intima condivisione di una causa unica, semplicemente vera.

VivaVittoria! che ha celebrato il successo del comune intento che non può essere fermato. Piazza Vittoria si è popolata di umanità gioiosa, una catena di sguardi brillanti che ha tappezzato la notte con sogni colorati.
Decine e decine di bresciani hanno cooperato per creare l’installazione grandiosa a forma di DNA, la base fondamentale della vita che trasmette informazioni da una cellula all’altra, da un organismo all’altro.
Sabato notte siamo accorsi in piazza per la gioia di donarci, di fare qualcosa che ci rendesse vivi, che ci piacesse, che ci divertisse e, così facendo, abbiamo onorato l’essenza della vita generando un’onda positiva divenuta sorriso, sciarpe, canzoni, barzellette, senza confini di razza, di ceto, di credo, di cultura, perché i cuori, uniti, sono divenuti un unico battito: il respiro della Terra.

Oggi chiedo a questo giornale che, per tre giorni, la smetta di farci paura dando voce agli orrori umani e che inondi le pagine di bellezza, di pulizia, di esempi di solidarietà: il mondo ne è pieno! Non è solo VivaVittoria di Brescia, anche Parigi, Mosca, Berlino, Bangkok, Miami… pullulano di anime che stanno donando tempo ed energia per migliorare questo pianeta.

Basta dar risalto all’odio e ai suoi effetti distruttivi, basta intimorirci, basta isolarci! Abbia il coraggio, caro Direttore, di infondere positività, voglia di vivere, coraggio, splendore. Ne abbiamo bisogno! Non si tratta di mettere la testa sotto la sabbia, ma di fare una scelta fra la cronaca nera, che assicura un’audience certa, e la cronaca bianca che rischia di far vendere meno, ma che innesca la forza contagiosa e dilagante dell’amore. Perché di amore siamo fatti.


RISPOSTA
VivaVittoria, energia positiva e contagiosa capace di autogenerarsi: l’avevamo intuito, ospitandola sul giornale nei giorni di lavoro della vigilia, e con il trionfo di piazza è arrivata la conferma. Un evento carico di impegno e amore che andava rappresentato, raccontato. Così abbiamo fatto, prima e dopo, perché meritava. Fare un giornale non è scegliere tra cronaca nera e cronaca bianca: è raccontare cosa succede, cosa merita di essere conosciuto, rappresentato, aiutarne l’interpretazione.

Possiamo discutere sulle modalità, semmai, sul linguaggio, ma la notizia è notizia: che piaccia o no. L’amore non può essere alimentato dalla censura, serve consapevolezza che necessariamente deve essere «informata».

Ecco perché non posso raccogliere l’invito ad una astensione preventiva e cieca del «fare cronaca» di ciò che succederà nel mondo (brutture comprese) nei prossimi tre giorni. E non solo perché «fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce».

Posso però impegnarmi a dare sempre maggiore voce e spazio alle tante espressioni di questa foresta rigogliosa e robusta che cresce senza farsi sentire e che in VivaVittoria ha trovato una delle sue espressioni più scenografiche e profonde. (n.v.)

Parigi e la Siria, capire le cause dell’orrore


Lettere al direttore del Giornale di Brescia

18 nov 2015


La Francia sgancia bombe sulla Siria, quest’ultima, in risposta, scatena gli attacchi terroristici su Parigi; François Hollande, in nome della vendetta, comanda ulteriori offensive in Siria le quali, a loro volta, scatenano altra violenza e sia che si tratti di uomini kamikaze o di sofisticate armi radio-elettroniche, l’effetto non cambia e non si differenzia nemmeno più dalla causa.

I media occidentali legittimano da sempre le incursioni belliche in Medio Oriente con paroloni quali lotta al terrorismo, democrazia, solidarietà internazionale. Noi inorridiamo, a ragione, innanzi alle stragi di Parigi, ma non ci indigniamo ugualmente per la carneficina quotidiana che dilaga in Medio Oriente o in Africa.

Forse la morte di un occidentale vale più della morte di un africano o di un siriano? O forse è politically correct ammazzare con l’utilizzo di moderne tecnologie e non lo è altrettanto facendosi esplodere? Si tratta in entrambi i casi dell’assassinio di persone innocenti vittime di giochi di potere orchestrati da una regia astuta e subdolamente perfetta.

La guerra non ha nulla a che fare con gli ideali della democrazia; ci sono solo materie prime da sfruttare, armi da vendere, protesi e medicinali da commercializzare, ed è in nome di questi obiettivi che vengono stabilite a tavolino le stragi necessarie per legittimare gli attacchi utili ad alimentare il business dei padroni del mondo.

Lo sanno tutti che le prime ad aver violato i diritti umanitari e internazionali sono state le potenze occidentali e che il più grave crimine internazionale, il crimine di aggressione, è causa di tutti gli altri crimini.
È l’Occidente che rifornisce di armamenti l’Area mediorientale e nordafricana ed è ovvio che queste armi vadano a foraggiare anche l’Isis, Al Qaeda e gli altri gruppi fondamentalisti.

Quel che è successo a Parigi è tremendo e non è in alcun modo giustificabile, come non sono giustificabili la stragi che le potenze occidentali stanno operando in Siria; si tratta di cause ed effetti che si rincorrono in un cerchio senza fine alla base del quale ci sono giochi politici condotti in nome di interessi economici.

Tutto si svolge secondo i piani, una perfetta strategia che sta dando i risultati voluti. A noi che non siamo nella stanza dei bottoni restano solo da leggere i fatti per quelli che sono; i media fanno leva sulle emozioni che decidono di innescare a seconda dell’obiettivo che i padroni del mondo vogliono raggiungere: devono essere i siriani a fare la parte dei cattivi? Ecco allora il dito puntato su di loro facendo piangere ed indignare noi europei con i fatti di Parigi e facendoci poi sentire legittimati a sganciare bombe sulla Siria, come giusta vendetta per il sangue sparso.

Se invece è il Medio Oriente a voler far apparire noi europei colpevoli, il focus è sui civili siriani quotidianamente ammazzati dalle potenze occidentali, allo scopo di legittimare la vendetta parigina dei kamikaze. Ma come sono arrivate le armi a questi kamikaze? Chi è causa del suo mal...

Continuare a parlare di sangue non fa altro che accrescerlo, ma in fondo è proprio questo che si vuole: alimentare il male perché, dietro il sipario della morte, c’è il dio denaro in nome del quale alcuni piccoli uomini agiscono investiti e annebbiati dal potere di cui hanno bisogno per non percepire il vuoto assoluto che li spacca dentro.


Auguri ad una figlia che è dall’altra parte del globo


Lettere al direttore del Giornale di Brescia

16 set 2015


E poi succede, hai 17 anni e li compi dall’altra parte del globo. E io sono qui a guardarti crescere, sbocciare, esplorare il mondo… ti vedo sulla spiaggia di Palm Beach con la tavoletta da surf e i lunghi capelli biondi e vorrei essere lì con te, stringerti forte, correre insieme e sederci sulla sabbia a guardare il mare.

Tesoro mio, il mio cuore trabocca di amore, ed è una sensazione infinita, un sentimento puro che non svanirà mai. Tu potrai sempre contare su di me, e non importa quanto saremo lontane, in chilometri o in idee, io per te ci sarò sempre. Sempre. Sempre.

Ieri mi hai detto: «Non torno più». Tesoro, sei libera di vivere dove sceglierai sapendo che, a qualsiasi ora del giorno e della notte, potrai sempre chiamarmi anche solo per un «ciao, avevo voglia di sentire una voce di casa».

Cos’è la casa? È quel luogo intimo che esiste nel nostro cuore, quel luogo speciale dove vivono le persone che amiamo e che ci amano. Non è facile essere madre, nessuno mi ha insegnato come fare, lo apprendo strada facendo da voi ragazzi facendo tanti errori ma, credimi, sempre in buona fede.
Perdonami tesoro per le mie mancanze, per il mio essere quella che sono, a volte sulla luna, a volte su questa terra, per la mia sete insaziabile di conoscere e scrivere la vita, per i miei tentativi di comprendere me stessa.

A volte mi chiedo se in questa mia corsa io non mi sia persa te… e se così è stato torno subito indietro, riprendo il sentiero che ti vede al mio fianco e ti dico: «Tesoro, io ci sono, perdonami se mi sono persa e dimmi sempre quello che vedi, quello che provi, affinché io possa evitare ulteriori errori».

Cosa desiderare per il tuo compleanno? Di gioire di ogni minuto della tua esistenza, di non guardarti mai indietro, di conservare il tuo sorriso, la tua bellezza profonda, la tua forza di volontà il tuo cuore grande.
Io ti auguro una vita strabordante d’amore perché, in definitiva, l’amore è tutto: amore per te stessa, amore per la vita, amore per l’anima gemella che un giorno incontrerai, amore per le lacrime che scolpiranno i tuoi giorni e che ti porteranno sempre avanti. Con il tuo permesso.

Sii te stessa, tesoro, in ogni circostanza; decidi tu, non permettere che altri scelgano al posto tuo. Genitori compresi. Tu e solo tu puoi ascoltarti e, nel profondo, tu e solo tu sai cosa è bene per te. Io ci sarò sempre, per ascoltarti e mai giudicarti: un ascolto puro fatto d’amore.

Ti stringo forte forte forte, con l’immenso bene che ti voglio. Buon compleanno amore mio!

 

La borsa rubata e restituita al proprietario


Lettere al direttore del Giornale di Brescia

23 ott 2014

Qualche giorno fa ho trovato una borsa in un parcheggio di San Felice del Benaco; conteneva medicine, un portafoglio con varie carte di credito, una chiave della macchina e altri effetti personali.
Prima di portare la borsa alla stazione dei carabinieri di competenza, ho contattato la banca tedesca che figurava sulla carta di credito e ho chiesto loro di avvertire del ritrovamento il titolare della stessa, un tale Grimm Uwe.

La telefonata del Sig. Grimm non è tardata ad arrivare; nessuna traccia del denaro, ma tutto il resto c’era e ho provveduto, a mie spese e con il beneplacito dei carabinieri, alla spedizione del maltolto, allegando le righe che seguono: «Gent. Sig. Grimm, mi spiace molto che la sua borsa sia stata rubata, ma sono felice di poterle restituire, se non il denaro, almeno gli effetti personali.

È bello non sentirci gli uni separati dagli altri, ma tutti parte di un unico disegno all’interno del quale poterci vicendevolmente aiutare. Nonostante quanto successo sul lago di Garda, mi auguro che lei potrà ancora scegliere il nostro Paese quale meta per le sue vacanze. Un caro saluto».