La bellezza nel quotidiano

ogni sabato sul Giornale di Brescia

L'INCREDIBILE ARITMETICA DI UN'AMICIZIA 

Quella di Dodo e di Paco è una storia vera. È Paco il primo a presentarsi:Sono un cavallo da tiro, ma mi considero quasi un insegnante perché collaboro col professore nel far capire ai ragazzi come domare i cavalli, riconoscere i finimenti, eseguire una ferratura o una doma agli attacchi. Alle lezioni di anatomia e zoognostica mi metto immobile e mi lascio osservare”.

Paco abita nelle stalle di un Istituto Tecnico Agrario dove, un mattino, scopre di essere stato destinato al macello. Racconta: “Dovevo immaginare che sarebbe finita in questo modo; da qualche anno ormai sono, diciamo così, a mezzo servizio.

Non riesco più a fare quello che mi ha reso famoso. Ho dovuto dire addio alle numerose manifestazioni perché sono stato colpito da una forma di laminite, una malattia molto seria. E pensare che ero forte, e vincevo gare a non finire! Ma ora non posso più fingere con me stesso”.

Fra gli allievi della scuola c’è Dodo, un ragazzo discalculico che si sente diverso dai compagni, perché ha difficoltà con i numeri.

Dalle due sofferenze nasce una relazione profonda che dà vita a una storia fatta di disperazione e speranza in un intreccio di vicende, non prive di colpi di scena, che Paola Brighenti magistralmente racconta nel libro “L’incredibile aritmetica di un’amicizia” (Arpeggio Libero). 

“Due più due non fa mai quattro quando si tratta di un’amicizia, perché è difficile stabilire chi dà cosa a chi” scrive la Brighenti nel narrare l’immenso valore di un legame autentico che, oltre a lenire le sofferenze, diventa salvifico tanto per Paco quanto per il ragazzo.

E poco importa se l’amico non è un essere umano ma un cavallo; quello che conta, per Dodo come per ognuno di noi, è il sapersi mettere in gioco nella relazione e andare al di là della propria sofferenza perché, quando si accantona il proprio dolore per dedicarsi agli altri, magicamente ci si sente meglio.

Il flusso del dare e ricevere, infatti, non è mai a senso unico.

Dice a questo proposito Gurdjieff: "Se aiuti gli altri, verrai aiutato. Forse domani, forse tra un centinaio di anni, ma verrai aiutato. La natura deve pagare il debito. È una legge matematica e tutta la vita è matematica”.

Ecco: se come dice Gurdjieff l’esistenza è matematica, “L’incredibile aritmetica di un’amicizia” ci mostra, attraverso la voce narrante del cavallo, un’equazione di vita fatta di incognite che, zoccolo dopo zoccolo, si svelano.

E ci ritroviamo cavalieri in sella a un magnifico destriero coinvolti in pensieri suoi che diventano nostri: “Alzo le zampe e, invece che terra, batto aria e cielo. Il mio salto è un volo. Un volo più in su di tutti gli ostacoli neri, più leggero di ogni dolore. È un viaggio oltre”. 

Questa bellissima immagine è un regalo per noi che possiamo, al pari di Paco, alzarci più in alto degli ostacoli, saltare oltre le nostre preoccupazioni e volare al di sopra di tutte le paure.

È un viaggio, quello della vita, ricco di opportunità da cavalcare per galoppare oltre i nostri limiti. 

Che anche il nostro salto, fra un respiro e l’altro, possa tramutarsi in volo perché non siamo stati concepiti per strisciare, ma per alzare le zampe e battere aria. E poi cielo.

Buon volo! Più alto degli ostacoli neri, più leggero di ogni dolore.

#22gennaio2022
#GiornaleDiBrescia


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ACCENDERE CANDELE PER ACCENDERE CUORI

Ti svegli. Il sole sta già inviando raggi splendenti sulla tua giornata, ma tu proprio non ce la fai ad alzarti. È per via del peso che ti porti addosso da quella mattina di qualche settimana fa, quando una grandinata di parole si è abbattuta sulla tua persona.

Oggi andrai ad ascoltare altre parole che, sai, potranno ferirti a morte. Non riesci a muoverti dal letto. Speri che succeda qualcosa, sei aperta a tutto, persino ad un’invasione di extraterrestri che potrebbe modificare la giornata che ti aspetta.

Si accende la radiosveglia, sono quindi le 8. La musica classica dipana per un attimo il groviglio imbizzarrito dei tuoi pensieri e poco dopo sono alcuni versi di Rumi a raggiungerti, grazie ad una voce che recita: “Vi è una candela nel tuo cuore, pronta per essere accesa. C’è un vuoto nella tua anima, pronto per essere riempito. Lo senti, non è vero?… Quello che fa male, ti benedice. L’oscurità è la tua candela… Non allontanarti… È lì che entra la luce dentro di te…Continua a rompere il tuo cuore, fin quando non si aprirà”.

Un’immagine balza in primo piano sul palcoscenico del tuo caos mentale: “La candela nel tuo cuore, pronta per essere accesa”. «La candela - ripeti dentro di te - come ho fatto a non pensarci prima?»

Stavolta ti alzi e vai in cucina per accendere un cero rosso che ti hanno regalato a Natale e che dovrebbe durare tre giorni.

È un’usanza nordica che ti è stata tramandata, quella della candela (dal latino “candere”, essere bianco, splendere); la si accende in casa al sorgere di un giorno che sarà difficile e la si tiene accesa a sostegno di chi affronta la battaglia fino al suo ritorno, o comunque per tutta la durata della prova.

Sarà così anche per te, oggi, che mentre sarai fuori potrai collegarti a quella luce che, fra le pareti della tua tana, brillerà per sostenerti.

Quando sarai terrorizzata, la sua fiamma ondeggerà senza mai spegnersi. Quel fuoco acceso ti sosterrà con la sua Presenza, e tu non ti sentirai mai sola.

Io, questa sensazione, l’ho sperimentata qualche settimana fa quando sono partita in macchina per un viaggio che abbondava, oltre che di chilometri, di incognite.

In quell’occasione il mio amico Agostino ha acceso una candela per me e io ho provato sulla mia pelle la meravigliosa sensazione di sostegno e protezione di cui mi parli. È un dolcissimo, profondo sentire, una Presenza reale che ti accompagna.

È per questo che anch’io, da qualche tempo, brucio lumini per sostenere chi si trova in difficoltà; l’amore emanato dalla cera che si consuma per illuminare la strada altrui, arriva dritto al cuore. Lo so. Lo sento.

Un cuore acceso, poi, ne accende un altro, e un altro ancora.

Con un piccolo gesto luminoso si possono incendiare migliaia di cuori. Facciamolo!

Trasformiamo le nostre oscurità interiori in fonti di luce e diamo fuoco allo stoppino di una candela perché ogni giorno, diceva Madre Teresa, è prezioso per accendere una fiaccola nell’ora buia di qualcuno.

#15gennaio2022
#GiornaleDiBrescia


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A COSA SERVONO GLI AUGURI DI BUON ANNO?

«Ho il telefono intasato di messaggi preconfezionati che invocano salute, amore e serenità per il nuovo anno. Che fare? Se non reagisco passo per scortese, se rispondo mi sento un idiota» afferma perentorio Roberto mentre alimenta il camino con un ciocco di legna.

«Cosa ti irrita?» chiedo.

Roberto si siede esclamando: «Basta con la falsità! Se qualcuno ti sta a cuore, chiamalo o vai a trovarlo! E se non puoi fare né l’una né l’altra cosa, prega o dedicagli un pensiero affettuoso, sarà più vero di un “beep” sul telefonino che annuncia un originalissimo “Buon anno”. E poi c’è dell’altro: gli auguri sono fragili perché, in realtà, non puoi sapere cosa succederà».

«Male non fanno, evocano comunque positività» affermo.

«Sì, ma a cosa servono? L’intero pianeta va a rotoli».

«Aspetta! Dipende da cosa guardi. Non scordarti che sei figlio dell’Immensità, cantava Battisti, e che tu Sei Vita».

«Grazie tante, ma a cosa serve essere vivi se fa tutto schifo?»

«Fa schifo se ristagni nelle paludi illusorie della mente, ma se ti svegli la musica cambia. Perché, invece di lamentarci, non dedichiamo quest’anno alla scoperta del mistero dell’esistenza? Parafrasando Kierkegaard, “esistere significa poter scegliere”».

«Ma se non scegliamo un bel niente! Nemmeno quanto pagare l’acqua o a chi lasciar bere il caffè al bar!»

«Non lasciarti ingannare; su quel piano succedono cose bizzarre, ma nelle nostre profondità restiamo liberi. Ricordi quando nel film Matrix, Morpheus dice: È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo, non sai bene di cosa si tratti, ma la avverti?»

«Cosa c’entra Matrix adesso?»

«C’entra perché le tue parole sono intrise del disagio di quando ti senti scivolare in un baratro. E se quella che tu chiami ‘vita schifosa’, fosse un sogno dal quale potersi svegliare?

Chiudi gli occhi e immagina Morpheus sussurrarti: “Ti interessa sapere cos’è questa ‘cosa’ che percepisci ovunque attorno a te quando ti affacci alla finestra o accendi il televisore? Questa ‘cosa’ è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.

Come tutti gli altri sei nato in catene, in una prigione che non ha né celle né odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado di descriverla agli altri. Ognuno deve scoprirla con i propri occhi”». 

Roberto fissa il fuoco mentre io ripenso al film. Che sia veramente una trappola, la nostra mente, quando le crediamo al punto da permetterle di erigere sbarre che ci separano da noi stessi e dagli altri?

Ci rendiamo conto di che privilegio sia poter scegliere di continuo fra la mente con le sue scimmie impazzite (il sogno), e il nostro essere immersi nella verità dell’Amore che contiene ogni cosa?

Se “quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi (Eraclito)”, il mio augurio per il 2022 è che scegliamo di sfilarci il pigiama per indossare abiti più consoni alla nostra Natura.

E allora ben vengano i ’beep’ dei messaggi, compresi quelli di ‘Buon anno’ che, per gli indomiti ricercatori della Verità, diventano sveglie quotidiane che potrebbero un giorno portarci, come Stanlio, a dire: “Stavo sognando che ero sveglio, poi mi hai svegliato e ho visto che dormivo».

#8gennaio2022
#GiornaleDiBrescia


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NON NASCIAMO PER MORIRE, MA PER RINASCERE

Non è vero che va tutto male, non è vero che sarà ancora peggio, ma è vero quello che sentiamo dentro. È insicurezza? Paura? Se è così rendiamoci conto che non sono emozioni nostre, ma il riflesso di ciò che respiriamo ovunque volgiamo occhi e orecchie.

Ognuno di noi è nato per la gioia e per l’amore, e se queste parole stridono con la nostra condizione attuale, non è perché non siano vere, ma perché è successo qualcosa che ci ha scollegato da noi stessi, facendoci smarrire l’obiettivo del nostro abitare in questo corpo;

è come se fossimo partiti per raggiungere un luogo e, sulla strada, deviazioni e guasti al motore ci avessero portati così lontano da farci dimenticare la nostra  destinazione.

Cosa fare?

Il percorso è personale, ma un fattore che ci accomuna c’è ed è Chi Siamo dietro le quinte della nostra missione. “Nei certificati di nascita - scrive Cechov - è scritto dove e quando un uomo viene al mondo, ma non vi è specificato il motivo e lo scopo”, forse perché quello dobbiamo trovarlo da soli.

Potrebbe, il motivo, essere lo stesso per tutti, nell’essenza, ma diverso nella forma?

Mi piace pensare che la forma attraverso la quale ci giochiamo la partita, sia il nostro sogno, quella motivazione potente che ci accompagna fin da bambini e che ha orientato le nostre scelte verso ciò che ci appassionava.

Qual è questo sogno?

Se non riusciamo a recuperarlo nei recessi della memoria, è solo perché è stato sepolto dai tanti condizionamenti; siamo cresciuti imparando cosa è bene e cosa è male, e poco importa se eravamo portati per la matematica e non per le lingue, noi dovevamo riuscire in tutto.

Abbiamo coltivato una cultura omogenea e, sulla base dei diktat e delle aspettative altrui e non del nostro sentire, abbiamo optato per una scuola, un lavoro, a volte persino un partner, finendo spesso in una gabbia che ci ha fatto smarrire il nostro sogno.

Dalla prigione, tuttavia, possiamo uscire perché abbiamo le chiavi in tasca.

Qualche anno fa sono stata sull’Etna e, salendo, ero circondata dalla lava rappresa; la calpestavo, ne respiravo la polvere nera, il mio sguardo si riempiva di nero finché, all’improvviso, non mi sono accorta che in mezzo a tutto quel nero crescevano migliaia di fiori.

È così! La lava pullulava di fiori ma, per vederli, ho dovuto mettermi in cammino e salire sulla montagna. Senza quel primo passo, nessuna meta sarebbe mai stata raggiunta. 

Siamo pronti per recuperare il nostro sogno e utilizzarlo come dotazione di base per partire alla scoperta di Chi siamo?

Gioiosi o tristi, sani o malati, la casella del via è la nostra condizione attuale all’interno della quale possiamo ritagliarci, con regolarità, alcuni minuti per ascoltare, in silenzio, quel sussurro interiore che sempre ci parla.

Allo sbocciare di un nuovo sorriso, condividiamolo con gli altri, magari insieme a un fiore cresciuto sulla lava o sulle rovine dei castelli di sabbia che abbiamo edificato.

Insieme possiamo espandere l’amore e la pace che non ci possono essere date perché non ci sono mai state tolte. E se fosse per accorgerci di questo che siamo nati?

È Natale. Un bimbo adagiato nella semplicità di una mangiatoia ci invita a ricordarci Chi siamo. Il mio augurio, di cuore, è di accogliere il suo invito perché non siamo nati per morire, ma per rinascere.

#23dicembre2021
#GiornaleDiBrescia


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IL MONDO CHE VEDIAMO È DENTRO DI NOI

«Penso sia l’agitazione a tormentarlo. Marco si alza il mattino che è già pronto a scattare. È come se la vita non gli desse mai tregua, e lui non trovasse pace nemmeno nel sonno, e nei sogni - dice Chiara - Io sono sempre sul chi va là, perché qualsiasi cosa dica, viene interpretata come un pretesto per inveirmi contro».

«Da quanto tempo siete sposati?» chiedo.

«Venticinque anni».

«Quante gastriti hai collezionato?»

«Tante! Sono stata malissimo finché mi sono illusa di poter cambiare lui, ed è stato persino peggio quando ho cercato di cambiare me».

Il mio sguardo è interrogativo. Chiara riprende: «Il punto è che non abbiamo alcun diritto di interferire nella crescita altrui - mi fissa dritto negli occhi - Quanta presunzione c’era in me nel volere che Marco fosse diverso? Chi sono io per sapere cosa sia in assoluto meglio per lui?»

«E quando hai tentato di agire su di te, come è andata?»

La sua espressione si fa furba: «Adesso ti faccio sorridere: sai cosa ho fatto? Per evitargli occasioni di scatenare bufere, ho smesso di parlare».

«Ha funzionato?»

«Benissimo - esclama divertita - nel senso che sono passata dall’incassare le sue urla ad essere depressa. Un gran salto di qualità».

«Come poteva il tuo star bene partire da un atto di autolesionismo?»

«Infatti, ma ci ho messo anni per capire che stavo usando la violenza, cioè la paura, su tutti e due e che quel che sortiva in Marco (rabbia) come in me (depressione), fosse ancora sempre e solo paura».

«Come l’hai risolta? Ti vedo così serena».

«Non te lo so dire. Un giorno non ce l’ho più fatta e mi sono arresa».

«La resa viene spesso interpretata come una rassegnazione, ma di fatto contiene una forza inaudita. “La forza della resa”, ci ho appena scritto un romanzo».

«Proprio così - lo sguardo di Chiara si incendia - Ho smesso di voler cambiare gli altri e ho iniziato a lasciar fluire quel che arrivava, semplicemente osservandolo».

«Marco adesso come sta?»

«È più calmo, ma non è questo il punto. Quella ad essere più tranquilla sono io perché il mio star bene non dipende più né da lui né dagli altri. Anche quando il mio umore è guasto, c’è una pace dentro di me che non smette mai di esistere. E non è tutto. Ho la sensazione che ogni cosa accada al mio interno e che quel che succede fuori, sia una mia proiezione.

Ti faccio un esempio: quando mia madre se ne esce con una delle sue frasi “infelici” o, per dirla altrimenti, quando lei, Marco o gli altri parlano per bocca delle loro ferite, una volta ci soffrivo, adesso non più.

Lo vedi che accade tutto dentro di me? Era così chiaro che ci ho messo anni per accorgermene. Adesso mi sento libera. Le invettive verbali che sfrecciano qua e là sono nuvolette che transitano nell’aria, mentre il cielo resta sereno» afferma serafica.

Cammino per la città. Le parole di Chiara e la sua quiete mi saltellano attorno festose. Osservo la gente e mi chiedo: se il mondo si trova all’interno della nostra coscienza, quanto interessante sarebbe mostrarci vicendevolmente e con allegra curiosità i diversi mondi che ci abitano?

Se ognuno di noi rinunciasse anche solo per un giorno a voler imporre il proprio sguardo e si abbandonasse a quello altrui, quali e quanti universi ci si spalancherebbero innanzi?

 

#18dicembre2021
#GiornaleDiBrescia


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RIEMPITE DI GIOIA QUELLI CHE INCONTRATE

Siamo a Berceto, un piccolo borgo immerso nell’Appennino parmense, è il 24 dicembre del 2019 quando il primo cittadino, Luigi Lucchi, emana questa straordinaria «Ordinanza N. 83 per il Santo Natale:

Richiamato l’articolo 3 dello Statuto Comunale che riporta tra le finalità del Comune anche quella di (…) favorire il pieno sviluppo della persona umana ed il soddisfacimento dei bisogni collettivi;

considerato che spesso nei rapporti sociali si creano tensioni e litigi inutili dettati da individualismo ed egoismo e che tutto ciò danneggia la piccola comunità del Comune di Berceto;

vista la volontà del Sindaco di riempire di gioia il cuore di tutti i suoi concittadini in occasione del Santo Natale;

ritenuto che l’animo di tutti gli uomini sia buono e che occorrerebbe sempre di più guardare il bello delle persone;

tutto ciò premesso e considerato, il Sindaco

ordina

Guardate tutto il Bello che c’è nelle persone! Riempite di gioia tutti quelli che incontrate!»

A parte il subitaneo desiderio di andare a conoscere questo meraviglioso Uomo, mi sono chiesta: cosa succederebbe se, questa settimana, i sindaci di tutti i comuni italiani replicassero l’iniziativa di Lucchi emanando un’ordinanza dettata dal cuore tipo:

Richiamato l’intento di favorire l’evoluzione personale di ogni concittadino,

considerato che la vita non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere (questa non è del vostro Sindaco ma di Kierkegaard),

vista la volontà di contribuire alla creazione di un mondo di pace,

ritenuto che ogni persona sia un capolavoro unico,

ciò premesso il Sindaco ordina

di iniziare ogni giorno cantando (anche sotto la doccia) e ballando (da soli o pestando i piedi altrui), che si dispensino un minimo di 200 sorrisi quotidiani, che si inondino le strade di gentilezza, che si favoriscano le occasioni di allegria, che si sostituiscano i giudizi con parole di ringraziamento.

Troppo bello per essere vero? Dov’è il confine fra utopia e realtà se non dentro di noi?

La nostra capacità immaginativa può trasformare l’utopia di oggi nella realtà di domani e mostrarci, ipso facto, l’affissione di benefici provvedimenti comunali e i crocchi di cittadini intenti a leggerli con gli occhi sgranati e il sorriso addosso.

Se così non dovesse essere, c’è sempre il piano B perché tutti noi, in qualità di Sindaci di noi stessi, possiamo appendere in casa, a scuola, in palestra, al cinema, in ufficio…, la nostra ordinanza natalizia, non per fare i finti buoni, ma per onorare il nostro essere scintille di luce che, per un tempo che talvolta sembra infinito, ma che dura pochi istanti, passeggiano su questo pianeta specchiandosi negli altri al solo scopo di scoprire se stessi. 

Curiosità: domani, per la terza domenica di Avvento, la tradizione suggerisce di accendere la candela detta “della gioia” o, se vogliamo, “dell’ordinanza Lucchi”.

Facciamolo! Tutti meritiamo un’ondata di giovevole entusiasmo per salutare con brio l’avvento di una nuova era perché, ci ricorda Nietzsche,

“Quando una moltitudine di piccole persone,
in una moltitudine di piccoli luoghi,
cambiano una moltitudine di piccole cose,
costoro possono cambiare la faccia del mondo”.



L'ORDINANZA è STATA RIPROPOSTA ANCHE QUEST'ANNO!!

 

#11dicembre2021
#GiornaleDiBrescia


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LA PIPA DE PRESIDENTE E I PICCOLI ESPLORATORI

Di questa indimenticabile vicenda, mi ha colpito la fantasia dei coniugi salodiani Angelo e Lucia, e non solo quella; Angelo Aime e Lucia Lanzi, con i loro sguardi brillanti, sprigionano oggi come allora, un’energia contagiosa.

Siamo all’inizio degli anni ’80 e mentre Angelo si guadagna da vivere come scultore e prestigiatore, Lucia è un’appassionata insegnante. Sono entrambi capi scout e, fra i loro sogni, c’è quello di far vivere ai ragazzi un campo estivo all’estero.

In quei giorni Angelo, costretto a letto bendato per un problema alla retina, può solo ascoltare la radio, ed è lì che gli balena l’idea di chiedere a Sandro Pertini l’omaggio di una pipa da vendere per finanziare il viaggio.

I lupetti vengono incaricati di scrivere la lettera al Presidente della Repubblica e, dopo sei settimane, il gruppo scout si ritrova fra le mani la risposta di Pertini con annessa pipa e benestare alla vendita.

A questo punto del racconto entra in scena il secondo colpo di genio: offrire l’ambìto oggetto sulla bancarella di Portobello, il mercatino del venerdì di Enzo Tortora che va in onda ogni settimana su Rai 2.

Detto fatto Angelo, Lucia e i 30 lupetti si ritrovano in trasmissione dove la pipa viene ceduta per 6 milioni di lire che diventano 11 grazie alle donazioni dei telespettatori.

Con una fetta del ricavato il gruppo scout parte a bordo di un pullman sul quale campeggia lo striscione “La Pipa del Presidente Pertini” e, dopo aver fatto tappa a Roma per la sfilata dei corazzieri e il caloroso saluto del Presidente, sbarca in Grecia (e l’anno successivo in Corsica).

Due gli aspetti di questa storia che più mi colpiscono. Il primo: quando ci si allea con le forze dell’universo come co-creatori di bellezza, l’abbondanza si manifesta perché, all’improvviso, non si è più separati, ma uno con tutto e con tutti.

Il secondo: se Angelo non fosse stato costretto a letto con gli occhi chiusi e la radio accesa, la trovata della pipa si sarebbe mai fatta spazio nel suo tumultuoso quotidiano mentale? Nulla succede per caso. 

Affascinata osservo la nascita di un’idea che, dopo aver squarciato il groviglio dei nostri pensieri, aleggia vulnerabile in attesa di ottenere o meno il sigillo di approvazione dalla Vita; se il verdetto è positivo, l’idea raggiunge facilmente la meta.

Se è negativo, sulla strada si incontrano segnali di stop sotto forma di complicazioni varie; questi cartelli non significano per forza che quel proposito o quella relazione siano da evitare in assoluto, ma che, a quella tappa del cammino, potrebbero non rappresentare la nostra migliore opportunità di crescita. 

La domanda da porci è: preferiamo essere minuscole formiche che vanno e vengono dal più o meno confortevole, ma conosciuto, formicaio, o esploratori che, mollato il controllo dei loro progetti all’Universo, seguono le direzioni che la fantasia e l’amore della Vita indicano loro attraverso le frecce degli accadimenti quotidiani?

Non c’è una scelta migliore, ma milioni di orizzonti, tutti percorribili. Milioni di pipe. Milioni di sguardi scintillanti come quelli di Angelo, di Lucia e di tutti i coraggiosi ricercatori di felicità e armonia planetari la luminosa presenza dei quali, se prestiamo attenzione, è ovunque.

  

#4dicembre2021
#GiornaleDiBrescia


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CELEBRARE L'AUTUNNO DELLA NOSTRA VITA 

«Ormai non mi vede più nessuno» dice Melina con lo sguardo basso.
«In che senso?» le domando.

Solleva il viso impreziosito dalle rughe che, testimoni silenti di 83 autunni portati sulle spalle e nel cuore, sembrano rivoli che solcano la pianura riarsa di un volto spento.

Punta gli occhi color tabacco nei miei e con tono monocorde afferma: «Una volta, quando incrociavo uno sguardo, le persone mi guardavano e io… mi sentivo viva. Poi gli ‘enta’ sono diventati ‘anta’ e, un giorno, è successo». 

«Successo cosa?».

Melina riprende. «Ero in uno di quei nuovi centri commerciali, camminavo in mezzo alla gente e osservavo le vetrine. Avevo 75 anni ma, dentro, mi sentivo quella di sempre. Eppure, ci credi? Nessuno si è accorto di me.

Non che mi aspettassi di essere rincorsa da un baldo ottantenne con un fiore in bocca, ma almeno essere guardata negli occhi, quello sì».

«Schopenhauer dice che l’uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo. Nel tuo caso, se è il mondo a non vederti, ti senti confinata dentro di te?» chiedo.

«Sì. Alla mia età hai la sensazione di scomparire. È come se le luci dell’esistenza si spegnessero ad una ad una e tu fossi lì, impotente, a vederle smorzarsi.

Puoi aggrapparti al tempo e cercare di fermarlo con la cosmetica, la chirurgia, per taluni finanche la macchina cabrio  ma, prima o poi, i conti con l’illusione dei luccichii di chi eri, li fai».

Lascio Melina e poco dopo mi ritrovo a bordo lago; cammino sulla spiaggia ascoltando la melodia di pioppi, platani e tigli che vibrano solleticati dalla brezza.

È una musica lieve, immensamente profonda. Calpesto un tappeto giallo mentre alcune foglie si staccano dagli alberi per appoggiarsi a terra e diventare fiori appena sbocciati. Il risultato è oro. Oro ovunque. 

Un grido mi esplode dentro: com’è possibile che una persona anziana venga ignorata proprio mentre siamo avvolti dal mantello regale dell’autunno che, nel libro della vita, rappresenta la vecchiaia?

E perché, mentre il proverbio africano recita che quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca, noi passiamo a fianco di biblioteche viventi, ignorandole?

E c’è dell’altro: gli alberi, con il loro manto sgargiante, ci stanno anche quest’anno raccontando quanto sia particolarmente prezioso questo tempo che vede le foglie staccarsi dai rami come processo indispensabile per la rigenerazione.

È importante che lo vediamo tutti perché il momento per mollare le cocciutaggini, le ostinazioni rancorose e gli indissolubili dilemmi, è questo.

D’altronde, se non liberiamo spazio nel magazzino della nostra vita e del nostro cuore, come potrà mai manifestarsi il nuovo? 

Osserviamo le ultime propaggini d’autunno, godiamoci l’immensità del suo abbraccio dorato, impariamo a lasciar andare quel che non serve più e, soprattutto, sorridiamo a tutte le Meline segnate dal tempo che indossano questa stagione anche per noi.

Celebreremo così la bellezza di ogni età fatta di foglie ostinatamente aggrappate ai rami, e di foglie danzanti che si abbandonano alle braccia del vento.

Guatiamole. Guatiamole tutte. Sono solo foglie, parti di noi. Pensieri mutevoli, emozioni colorate, ricordi secchi. Ci raccontano chi siamo mostrandoci altresì la leggerezza che già ci appartiene.
Con il nostro permesso.

 #27novembre2021
#GiornaleDiBrescia


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